SINTESI MILANO

  • 11:59:43 am on dicembre 4, 2009 | 0

    (tratto da Sintesi, Anno 0 – Nr. 15)

    Limitiamoci alla situazione municipale, benché questa non sia altro che un riflesso di un orientamento culturale di portata nazionale. Tanto più ci troviamo in un luogo da secoli aperto agli scambi grazie alla sua posizione geografica, e dunque all’innovazione e alle elucubrazioni d’oltralpe.

    Quindi, Milano prima non si sa bene di chi, al che celtica, di seguito romana, seguita da quella longobarda e poi imperiale e comunale e franca e sforzesca e viscontea e spagnola e francese e infine austriaca; tutto questo per diventare la Milano-Milano che si muove sotto la madonnina dorata e passeggia nei cortili del castello, che si sente padrona del suolo su cui esercita una sorta di movida incontrollata improntata alla milanesità sua e del suo cittadino.

    E da città di Leonardo e Sant’Ambrogio a centro di potere della Moratti e Armani – per prendere due nomi così, uno legato al potere che esercita e influenza la cultura del momento e l’altro invece come elemento di caratterizazione artistica della città in cui lavora nel mondo intero.

    Con lo scorrere dei tempi troviamo ora qualche differenza strutturale; i navigli che scorrevano fino a via Larga ora sono coperti dalle linea rossa della metropolitana, il porto che esisteva in darsena ora è un buco che dovrebbe diventare un parcheggio, la cui costruzione bloccata ha dato vita a una zona degradata e intoccabile, se non dalle zanzare, le mura spagnole prima erette a baluardo difensivo e ora strutture portanti di manifesti pubblicitari.

    Questo perché, se un piccolo gruppo di persone, che eviterò di etichettare, è capace di guardare in modo imitativo alle innovazioni estere, la maggior parte dei cittadini non sa fare altro che guardare sì al progresso forestiero preferendo tuttavia la mediocrità quotidiana alla scomodità provvisoria per raggiungere livelli degni di ammirazione e dunque, emulazione.

    Forse questo è dovuto al fatto che la città non è più il territorio dei milanesi ma un polo di aggregazione di personalità che giungono nella metropoli del lavoro da ovunque; ma è altresì vero che il cittadino ancorato al suolo natio preferisce conservare e restaurare pietre superstiti alle epoche più remote della storia urbana piuttosto che integrare passato e presente in un’opera di sistemazione urbana.

    Uno dei motivi è l’incapacità di tollerare la scomodità provvisoria, necessaria per poter creare un monumento del presente. Ma anche il legame morboso del singolo ai segni tangibili della sua storia personale, per cui si preferisce conservare un terribile aborto del boom economico e costruttivo del dopoguerra che non sostituirlo con un prodotto progettato ragionevolmente in linea con le necessità estetiche e oltre che funzionali. In teoria, anche queste strutture imbarazzanti sono un segno del nostro passato, degne di essere conservate a memoria delle generazioni future. Sorvolo qui e ora sulla necessità o meno della conservazione indiscriminata, mentre mancano servizi importanti per una capitale del mondo. Servizi basilari quali piste ciclabili, parcheggi, mezzi pubblici.

    Proprio in mancanza di questi l’opinione comune tende a scontrarsi con ogni proposta di edilizia innovativa. Perché prima di tutto bisognerebbe partire dal dettaglio, e con la somma di dettagli migliorare il generale.

    L’opinione comune ha anche però bisogno di vedere le alte gerarchie occuparsi di opere grandi, e non dettagli; perché a quanto il singolo dica, ogni volta che costruiscono un grattacielo si lamenta delle buche in strada, ma appena si ridipingono le strisce pedonali si borbotta che quelle di prima ancora si vedevano, e invece di pensare alla carreggiata il comune potrebbe spendere un po’ di soldi del cittadino per fare qualcosa di utile, un parcheggio sotterraneo. In quel momento gli abitanti dell’edificio accanto al quale questo investimento sarebbe destinato a prendere vita si lamentano per la perdita di valore del loro immobile. Senza vedere l’aumento futuro, nonché la maggiore comodità per la comunità tutta.

    In questa incapacità di andare oltre la punta del proprio naso, gongolandosi in un facile lamento egoistico, alle istituzioni sole spetta il compito di ridare forma e vita a una città, che prima di essere metropoli è un luogo, prima che il degrado totale porti all’avvento della rassegnazione. Faccio parte di quel gruppo umano convinto che forse un miglioramento della struttura urbana possa indirizzare i comportamenti umani sulla linea di una maggiore consapevolezza e rispetto del suolo. Forse, infatti, i grandi monumenti del futuro daranno il primo imput a un miglioramento capillare del suolo circostante, ricordandoci che la vita non  concorre soltanto al ricordo del passato.

         ”La città che sale”, Umberto Boccioni (1910)

     

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