SINTESI MILANO

  • 10:27:31 am on dicembre 14, 2009 | 0

    L’Inno di Curzio Maltese su Rebubblica

    Dopo l’anti B Day, Ezio Mauro ha affidato a Curzio Maltese il compito di stillare l’Inno della Rivoluzione viola del 5 Dicembre. Su la Repubblica del 6 dicembre, in prima pagina, il Poeta della Rivoluzione viola, Curzio – per l’occasione trasmutatosi da Maltese in Pechinese in onore della storica rivoluzione culturale degli anni ’60 –  ne tesse le lodi e traccia il futuro. Il testo completo del Poema è scaricabile dal sito di Repubblica: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/06/la-rivoluzione-giovane-gli-errori-del-pd.html.

    Ecco alcuni illuminanti passaggi:

    “Quando sarà finita l’ era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia. Nel mondo non s’ era mai vista una simile folla di persone convocata attraverso la rete … È una rivoluzione. La rivoluzione viola. Allegra e vincente: nelle cifre, nei modi, nei linguaggi, nei volti, spesso di giovanissimi. Non era accaduto a Londra, a Parigi, a Berlino, in nazioni dove l’ uso della rete è assai più diffuso che in Italia. Neppure negli Stati Uniti, dove da anni esiste MoveOn, il movimento on line che ha creato il fenomeno di Obama. È accaduto qui, nel laboratorio italiano, in una piazza romana da sempre teatro della nostra storia. In questo caso, la fine decretata della seconda repubblica”.

    “ Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l’ Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sua storie personali e le scelte pubbliche, l’ elogio dei dittatori, il conflitto d’ interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Elementi che, presi uno per uno, sarebbero già stati sufficienti in qualsiasi altra democrazia per chiedere le dimissioni di un governante … La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi. Continuerà a far politica nei nuovi modi, con o senza il permesso di chi pensa che la politica sia decidere tutto nelle fumose stanze di un vertice a palazzo”.

    “Di fronte all’ enormità del fatto nuovo, colpisce la decrepitezza di un ceto politico a fine corso, evidente nelle reazioni scontate, conservatrici, impaurite. Di tutto il ceto politico, di maggioranza e d’ opposizione. I portaborse berlusconiani, che si sono lanciati nella solita arringa contro le «piazze giustizialiste», aggettivo che non significa nulla per i ventenni in corteo. Le solite timidezze della dirigenza del Pd, che conferma di capire poco, come le precedenti, dei mutamenti profondi avvenuti nella società italiana  … Fra tutti, certo, il più incomprensibile è l’ atteggiamento del Pd di Bersani. Un partito nuovo, almeno nelle intenzioni se non nel gruppo dirigente, inossidabile ai cambi di nome e di sigle, che avrebbe dunque in teoria tutto l’ interesse a sperimentare le nuove forme della politica,a esserci insomma in occasioni come queste, piovute dal cielo”. 

    C’è tutto, ma proprio tutto il repertorio rivoluzionario: le forze “conservatrici impaurite”, il tradimento degli ideali rivoluzionari da parte del PD per le “timidezze della sua dirigenza ” di fronte alle “occasioni piovute dal cielo”, il nuovo che avanza – in piazza, naturalmente. Cercasi solo il Lenin italiano, dato che sulle bandiere è rimasto ormai solo Che Guevara, e con i morti non si va lontano, si può al massimo fare una rivoluzione, appunto, “viola”.

    Come contenuto letterario non è che sia molto originale, il nostro Curzio Pechinese. Quarant’anni prima che nascesse, il grande poeta della Rivoluzione d’Ottobre Vladimir Majakovskij  aveva già immortalato in versi quella rivoluzione; ho letto Majakovskij tante volte, prima in russo, poi in altre lingue. Siamo invece d’accordo con la lucida analisi politica del Poeta nostrano, ma siamo meno orgogliosi di lui di questo nuovo primato italiano.

    Non è vero, come scrive Pechinese, che una cosa così non si è vista né a Londra né a Parigi né a Berlino, né negli USA, è male informato oppure sta perdendo colpi. Quelle robe lì a Parigi le facevano già nel 1789 e 1830, poi a Mosca, Pechino, Varsavia, Bucarest, Sofia, Praga, Budapest, Hanoi e la stessa Berlino ai tempi del Muro. A Havana e Pyeongyang le fanno invece ancora, e sono messi peggio con l’internet rispetto a noi.

    Quanto a Roma, siamo così abituati alle rivoluzioni colorate – da quella nera del 28 ottobre 1922 a quella viola del 5 dicembre scorso – che neanche ci facciamo più caso.  Con quella nera abbiamo sì insegnato qualcosa di nuovo al mondo, e non mi pare che sia stata una grande cosa. Ora la Rivoluzione viola cantata dal Poeta non ha da insegnare niente a nessuno, solo emulare con il solito ritardo gli altri, e poi mi raccomando quali. Proprio per  questo si pone un interrogativo: non è che la Rivoluzione viola, questa Giustizia piovuta dal cielo, questo “far politica nei nuovi modi” ci porti di nuovo fuori da quelle che sono le democrazie europee e occidentali?

    Purtroppo, sembra di nuovo tempo degli schieramenti netti, della scelta di campo: o di qua, o di là, per gli indecisi c’è sempre il nobile ruolo degli “utili idioti”. Finche possiamo scegliere, prima che la Rivoluzione viola ci tolga il diritto di voto, che è il vero nemico e bersaglio delle rivoluzioni moderne.

    Mihael Georgiev

     

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