IL DIRITTO DELLE MINORANZE SECONDO BUCHANAN

La presenza di un particolare status giuridico e politico per le popolazioni minoritarie indigene all’interno dello Stato moderno ci indica l’esistenza di altri possibili tipi di combinazione tra autonomia e subordinazione (differenziando i gradi di indipendenza). Ai membri di una minoranza potrebbe per esempio essere garantito qualcosa di simile allo status del residente straniero, o addirittura una doppia cittadinanza. E per beneficiare di questi diritti non vi è bisogno che essi siano geograficamente concentrati, come nel caso degli indiani che abitano le riserve.

Alcuni assunti fondamentali ma poco chiari del diritto internazionale hanno reso difficile la ricerca di un’alternativa meno drastica della secessione. Paradossalmente, ciò ha portato alla riluttanza a riconoscere il diritto di secessione all’interno del diritto internazionale. Fino ad un periodo relativamente recente, quest’ultimo era definito come il diritto concernente le relazioni tra nazioni, ossia tra gli Stati sovrani. A partire dal 1945 il concetto di diritto internazionale si è allargato: la materia del diritto internazionale ha finito con l’includere non solo gli Stati sovrani, ma anche gli individui.

A partire dal 1945 la poca attenzione dedicata ai diritti delle minoranze – distinti dai diritti umani individuali – è stata caratterizzata da un interesse rivolto alle minoranze intese più come gruppi culturali che come gruppi politici, nel timore che il riconoscimento di un non ben definito diritto di autodeterminazione dei popoli sarebbe equivalso al riconoscimento di un generico diritto di secessione per ogni gruppo etnico. Fino a poco tempo fa è stata trascurata la possibilità di un mutamento di approccio teorico in grado di fornire la soluzione al dilemma per cui o si nega il diritto all’autodeterminazione, oppure lo si riconosce, restringendolo però arbitrariamente alla sola decolonizzazione.

Il primo passo verso questo mutamento – o più propriamente, rivoluzione concettuale – è di esplorare la possibilità che un diritto di secessione possa essere ammorbidito, sviluppando alcune ineccepibili restrizioni alla sua portata che lo rendano di più facile accoglimento. Un diritto di secessione illimitato per ogni gruppo etnico o “popolo” rappresenterebbe indubbiamente un pericolo; ma questa non rappresenta l’unica alternativa. La risposta appropriata consiste nel fornire argomenti essenziali per stabilire quando una secessione risulti giustificata, unitamente a vincoli procedurali ed istituzionali riguardanti l’esercizio del diritto di secessione.

In secondo luogo, il diritto internazionale deve essere trasformato dal riconoscimento del fatto che l’autodeterminazione contempla più gradi, e dunque che essa può assumere svariate forme, la più estrema delle quali è rappresentata dalla secessione, volta a costituire uno Stato del tutto indipendente e sovrano. Nella misura in cui è possibile adattare all’ordine internazionale un ampio spettro di differenti status politici dei gruppi l’impulso alla secessione può di fatto risultare indebolito.

Va pertanto ribadita l’inadeguatezza del consueto schema tradizionale che riconosce esclusivamente Stati dotati di sovranità assoluta ed individui e gruppi di minoranza a cui è riconosciuto uno status culturale più che politico. È necessario sperimentare nuove forme di “semiautonomia” o di “sovranità limitata”.

Allen Buchanan

La paura fa 90

Paura dei ragni, paura del buio, paura di perdersi, paura del tempo, paura di andare avanti, paura della morte, paura di restare soli.

Un elenco di effetti collaterali, insomma. E se ora provaste a rileggerlo, vi soffermereste di piu’ su ognuna di queste parole e probabilmente ridereste di gusto alle prime due, mentre vostra figlia corre nel lettone urlando di non voler piu’ entrare in camera sua finche’ non avrete catturato il mostruoso, terribile, spaventoso ragnetto che zampetta sulla parete che “era gigante muoio dalla paura la lampadina di topolino fa poca luce e per favore posso dormire qui con voi” e mentre sorridete qualcosa in voi sta gia’ pensando alle ultime parole dell’elenco che avete letto si’, come se fosse un foglietto illustrativo eppure ci state pensando e forse non riderete come per i ragni e il buio ma, andiamo avanti.

La paura di perdersi al supermercato resta uno dei chiodi fissi di vostra figlia che piu’ di una volta avete recuperato al banco dell’assistenza clienti mente straripava innocenti lacrime di spavento e rimprovero per averla lasciata li’ tra le caramelle e anche se non lo dice si pente di essersi incantata e non avervi seguito come le avete molte volte raccomandato di fare ma sai com’e’ lei ha visto mille cose mille colori e ha iniziato a fantasticare tanto da dimenticarsi qualsiasi cosa qualsiasi raccomandazione e dopo aver immaginato un mondo di orsetti gommosi di cui lei era principessa, prende il pacchetto in mano, si volta per mostrarvelo e non vi vede, mille facce, tranne la vostra e si guarda intorno smarrita sperando di vedervi subito e giurarvi che non si fermera’ mai piu’ davanti ai dolci e corre, mentre il mondo di orsetti colorati non esiste piu’, ingoiato dalla paura e da queste lacrime pesanti che salgono e urlano “mamma dove sei mi sono persa.”

E quanto e’ vero che “non sai mai quello che ti capita nella vita” (e questo fa molta paura), il tempo che passa non e’ di certo d’aiuto. E anche se avete tutto cio’ che una persona possa desiderare, la donna, il figlio, l’amante o una bella casa, non potete fare altro che guardare in faccia la vostra donna e notare che ne e’ passato di tempo dalla prima volta che l’avete vista e poi guardarvi allo specchio e sentire qualcosa che vi stringe i polmoni e non riuscite a respirare e vorreste sapere cosa ci sara’ dopo, dopo i primi capelli bianchi di vostra moglie, dopo la laurea di vostro figlio e capite che manca il tempo, manca sempre e siete in ritardo, ma in anticipo per la vecchiaia.
Ecco che aprite il giornale la mattina e leggete che qualcuno ha deciso di farla finita, troppi pesi, troppe cose, ha deciso di lasciare tutto, partire per l’ignoto e voi che siete li’ state leggendo vivi, vivissimi, e vi domandate con che coraggio, con che coraggio questo si e’ tolto la vita, con che coraggio voi state leggendo e tra poco sono le nove e vi butterete nel quotidiano sbattimento di carte, gente, telefonate, richieste e non ce la fate piu’ e per un istante vi chiedete cosa faccia lui ora, senza piu’ carte, senza piu’ nulla o magari ha tutto, piu’ di quanto possiate avere voi in tutta una vita, chiudete il giornale e avete paura, paura di cadere da un momento all’altro e non rialzarvi mai piu’.

Una di quelle cose che e’ meglio non parlarne, da censurare al solo pensiero, anche se prima o poi arriva e fa strike e non basta chiederle di prendersi prima voi che vostro figlio, perche’ non sente, cammina su di voi e poi vi punge come farebbe un ragno ed e’ buio pesto, neanche una luce e vorreste avere qualcuno con cui trovare una soluzione, ma e’ troppo grande, talmente grande che non riuscite a vederla e continuate a pensare a cosa sia, come sia, sperando che si dimentichi di voi e dei vostri amici con cui ne avete passate tante, troppe, non vi bastano e mentre vi preparate per la solita partita a scopa del mercoledi’, siete tutti seduti, eppure manca qualcuno, la sedia e’ vuota, si ricorda qualche vecchia storia e si fa fatica a guardarsi negli occhi mentre ognuno spera di non restare solo a quel tavolo e forse un po’ fa sorridere ma non troppo, un sorriso amaro, pesante come le lacrime di lei che si perde al supermercato e non c’e’ piu’ nessuno ora a cui confidare queste paure che ci fanno lo stesso effetto da quando siamo nati e non sappiamo mai, da soli, come viverle.

Giulia De Bona

MALEDETTI CAMERATI, MA COME AVETE FATTO A DIVENTARE COSÌ?

C’è chi si stupisce ancora o, come crediamo noi, fa finta di stupirsi in modo da poter scrivere una verità assoluta: come avete fatto a diventare così? È Annalisa Terranova a porsi la domanda. Un intero mondo di idee è stato spazzato via, non ci erano riusciti i bombardamenti americani, la violenza comunista, le menzogne della magistratura, i servizi segreti, i tradimenti… ma in pochissimo tempo c’è riuscito il poter annusare il potere. La fine dei camerati, però, è terminata con l’abbandono di una storia frastagliata come quella del MSI, già allora il passaggio fu tale per cui il mondo di AN fu altro. Non era più di camerati, non esisteva più un progetto politico in antitesi a quello del sistema partitocratico, con la fine del MSI, cara Annalisa, si è chiuso un ciclo storico politico. Oggi i tuoi ex camerati, cercano solo una “casa” dove potere continuare a farsi eleggere e a mantenere i privilegi, non un’idea, non uno slancio vitale, ma solo normale amministrazione del potere, questa è stata l’attività dei nostri rappresentanti o come ha scritto qualche “simpatico” giornalista del Corriere che ha definito gli uomini di AN dei semplici camerieri del potere… ecco che fine hanno fatto i camerati.

Fabrizio Fratus

Maledetti camerati, ma come avete fatto a diventare così?

Parlo con un parlamentare pidiellino, già nel Msi. Intelligente e colto, mi dice che Berlusconi è l’uomo che ha lottato contro i poteri forti, che la condanna contro di lui per concussione è pura barbarie, che con lui sono stati arrestati i capimafia più temibili, che lo spread è stato un imbroglio di certa finanza contro il governo di centrodestra. Non ci sono macchie, in questa vulgata berlusconiana, che ho ascoltato con raccapriccio ma anche affascinata dalla pervasività del luogo comune propagandistico che tiene insieme il Pdl. Allo stesso tempo, ovvio, io venivo accusata di infantilismo, di travaglismo, di amore per la furia inconcludente di chi distrugge ciò che altri, faticosamente, hanno costruito. Ma soprattutto ciò che dico io non fa prendere voti, questa è l’accusa, ciò che dico io disorienta, confonde. E in questo io sarei la perfetta incarnazione del finismo fallimentare e fallito. Lo racconto per far capire quante chance abbia un certo mondo travolto dalle divisioni di ritrovare compattezza e unità. Ma gli elementi veramente interessanti della conversazione sono altri: il punto è che se i topoi del berlusconismo hanno fatto breccia anche in questa persona allora c’è poco da fare, pochissimo da ricostruire.

Altro episodio: un amico mi ha scritto di recente per commentare uno di questi convegni sulla ricostruzione della destra. Aveva percepito molta fuffa in tutti questi discorsi. Manca l’autocritica, annotava. Manca la considerazione del fatto che chi è stato complice della distruzione non è credibile come ricostruttore. Ma questo è un fattore se vogliamo morale e non certo politico.

Questi episodi servono da premessa per far comprendere quanto siamo precipitati in un caos di linguaggi incomprensibili dove l’unico lessico che si capisce davvero è proprio quello berlusconiano. Che non è un linguaggio né di destra né di sinistra: è immediato, semplificatorio, a volte falsificante ma nel suo essere del tutto privo di sovrastruttura ideologica va dritto all’obiettivo. Votami e ti tolgo l’Imu; votami e avrai la libertà contro la sinistra che ti vuole opprimere; votami e avrai la crescita, le grandi opere, le Olimpiadi sotto casa, il benessere, le fiction, le pensioni più alte, posti di lavoro. Non sto a dilungarmi perché sono cose note e arcinote. Sottolineo l’assenza desolante in questo discorso di elementi tratti da quella che un tempo chiamavamo “cultura di destra”. Ma questo è il minimo: se la destra non è stata capace di farli valere, certi suoi principi di riferimento, non si può certo addossarne la colpa a Berlusconi. Il guaio è che tutto questo mirabolante repertorio propagandistico è diventato “la destra” per l’opinione pubblica. A questa obiezione il parlamentare mio interlocutore ha obiettato che nel Msi c’erano armamentari propagandistici ben peggiori (ripensandoci ce n’erano: la pena di morte, l’assegno alle casalinghe, l’apologia del “carabiniere” missino) e in An c’era il vuoto. Tutto vero. E proprio nell’inseguire questa involuzione del mio ex mondo di appartenenza, questa sua propensione a sopravvivere purchessia anche in assenza di un progetto proprio, anche in assenza di un obiettivo esaltante che non sia “battere la sinistra”, anche a costo di agitare vuoti slogan, mi imbatto in una bella pagina de La Lettura (inserto culturale del Corriere) in cui si racconta come Edi Rama, vincitore delle elezioni in Albania, voglia fare un investimento politico sulla bellezza rivoluzionando i colori della periferia di Tirana. Edi Rama. In Albania. Cito. “Ha cancellato il colore grigio comunista dalle facciate dei palazzi di Tirana sostituendolo con un onirico piano dei colori: un balcone rosso, quello accanto blu, la facciata arancione, i cornicioni azzurri e verdi…”.

La bellezza. Anche questa battaglia non è più ascrivibile all’immaginario di destra. Anche questa suggestione, dopo il pregevole film del regista liberal Paolo Sorrentino, riposa nel cimitero delle occasioni perdute per il mio ex mondo di provenienza. E non potrebbe essere altrimenti perché la destra si è involgarita, si è imbruttita, è irriconoscibile. Tuonava un tempo contro quell’edonismo straccione che è oggi uno dei connotati di cui va più fiera. E’ irriconoscibile anche rispetto all’estetica bohemien e disperata dei primi cortei missini cui ho preso parte (e qui il mio interlocutore ha obiettato che, poiché sto invecchiando, rimpiango gli anni Settanta che in realtà facevano schifo perché la gente nostra moriva per strada). Ma l’estetica non ha un’età di riferimento. L’aspirazione al bello crea genuine disuguaglianze e nulla è più di destra, se vogliamo, di questa inclinazione che oggi viene abbandonata per inseguire, con i voti, l’estetica “cafonal”. Si difende Briatore. Si difendono le feste con le maschere da maiali. Si fa diventare icona lo stile da “pitonessa” di Santanchè. Piace il dito medio alzato. Piace la bava alla bocca. Si ostenta disprezzo per la cultura che non si mangia. E poi c’è il repertorio di battute tipo “lei quante volte viene?”… E se questo non ti garba, per ragioni estetiche prima ancora che etiche, sei radical, sei moralista, sei troppo poco organica al comune sentire della gente. Dietro l’etichetta giustificatoria del nazionalpopolare passa di tutto, passa il politicamente scorretto e anche il civilmente scorretto, e le ambizioni di un tempo (infantili, certo, ma almeno c’erano) evaporano nel nulla, come il rutto di un camionista.

La battaglia per la bellezza avrebbe dovuto essere amore per l’ambiente, per il paesaggio, per i beni culturali, per la salvaguardia dell’italiano, per la cura delle radici, per il decoro urbano, per la riqualificazione delle periferie. Tutte cose perdute, tutte cose lasciate nelle mani di una sinistra che ha edificato mostri come Corviale mentre la destra, dopo avere governato portando nel centro storico di Roma bancarelle e camion bar, ora fa l’opposizione al sindaco Marino perché non vuole far circolare le auto private attorno al Colosseo. Io sogno che le parti si invertano un giorno. La destra che difende il Colosseo e la sinistra che tutela gli automobilisti. La destra per l’ordine, la sinistra per il caos. Come dovrebbe essere, in fondo. E sogno i ragazzi di destra, anziché intenti a postare su FB fasci littori e slogan sulla libertà dei marò, che si attivano per un po’ di guerrilla gardening in città e forse, chissà, potrebbero aggregare diciottenni volenterosi. Forse, forse, forse… Eppure c’è stato un tempo in cui le idee sgorgavano efficaci da quella fonte emarginata che era il mio ex mondo di appartenenza. In cui c’era voglia di rimettersi in gioco, di svecchiare canoni di rappresentanza consolidati, in cui si era rigidi dinanzi ai compromessi, anche verbali, anche e soprattutto estetici. Ho un album in cui conservo le foto dei ragazzi dell’Aurelio che ristrutturano un asilo nido. non per soldi ma per rappresentare la politica che costruisce o, come si sarebbe detto nella lingua missina doc, per passare dalle parole ai fatti.

Appaiono sorridenti e fieri. Oggi siamo tutti più vecchi. Alcuni sono invecchiati male, altri non ci sono neanche più. Ma, come dice una bellissima canzone, “ci vuole del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”. La destra adulta, la destra che parla in arcorese, la destra che esalta imprenditorialità e managerialità (che poi vuol dire esaltare chi si sa fare meglio i cazzi propri) non ha più i colori di un tempo (non ha in ogni caso i miei colori), è grigia come le case di Tirana che Edi Rama vuole ridipingere. Chissà, forse abbiamo bisogno di pittori e non di intellettuali e di politici. Chissà…

(di Annalisa Terranova, tratto da segnavi.blogspot.it)

PARTICOLARE ANEDDOTO SUL NATALE DEL 1914

La notte di Natale 1914, nelle trincee del fronte occidentale (Francia e Belgio) ci fu una tregua.
Non la ordinarono i comandi supremi; la dichiararono i soldati, che sui due fronti uscirono allo scoperto, si abbracciarono, fumarono e cantarono insieme.
L’episodio preoccupò enormemente gli Stati Maggiori, che si preoccuparono anche di cancellarne la memoria.
Qui di seguito, la lettera di un soldato inglese che ne scrisse alla sorella.
«Giorno di Natale 1914.
Janet, sorella cara,
sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale.
In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati ! nemici qui nei campi di battaglia di Francia!
Come ti ho già scritto, negli ultimi giorni ci sono stati pochi combattimenti gravi. Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare.
Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino.
E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle. E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S’appiccica e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi…»
«Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano gli stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango.
E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi. Tra noi c’è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci.
Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni. Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti.
Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango. Tutto era imbiancato dal gelo, mentre c’era un bel sole: clima perfetto per Natale.
Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria. Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro ! primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo. Ci avevano detto che i tedeschi potevano attaccarci e coglierci di sorpresa.
Io sono andato al mio buco per riposare, e avvolto nel cappotto mi devo essere addormentato.
Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: ?Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia».
«Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio.
Che cos’è?, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: ‘alberi di Natale!’.
Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini. E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: ‘ stille nacht, heilige nacht.’.
Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: ‘notte silente, notte santa’. Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa.
Quando il canto è finito, gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a lui: ‘the first nowell (1) the angel did say.’.
Per la veri! tà non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne hanno attaccato un’altra: ‘o tannenbaum, o tannenbaum.’.
A cui noi abbiamo risposto: ‘o come all ye faithful.’. (2)
E questa volta si sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino: ‘adeste fideles.’».
«Inglesi e tedeschi che s’intonano in coro attraverso la terra di nessuno!
Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto dopo lo è stato di più.
‘Inglesi, uscite fuori!’, li abbiamo sentiti gridare, ‘voi non spara, noi non spara!’.
Nelle trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: ‘venite fuori voi!’.
Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: ‘Manda ufficiale per parlamentare’.
Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto – ma il capitano ha gridato ‘non sparate!’. Poi s’è arrampicato fuori dalla tr! incea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca!
Ci siamo accordati ‘niente fuoco fino a mezzanotte di domani’, ha annunciato. ‘Ma tutte le sentinelle restino ai loro posti, e tutti gli altri stiano sul chi vive’.
Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi. Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzate poche ore prima».
«Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Ad uno di loro ho chiesto come mai.
‘Molti di noi hanno lavorato in Inghilterra’, ha risposto. ‘Prima di questo sono stato cameriere all’Hotel Cecil. Forse ho servito alla tua tavola!’ ‘Forse!’, ho risposto ridendo.
Mi ha raccontato che aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto di matrimonio. E io gli ho detto: ‘non ti preoccupare, prima di Pasqua vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla’.
Si è messo a ridere, poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, ed io ho promesso.
Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station. Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Sua sorella maggiore non è nient! e male, io gli ho detto che mi piacerebbe conoscerla. Lui raggiante mi ha detto che gli piacerebbe molto, e mi ha dato l’indirizzo.
Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo! Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturame di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa.
Ci siamo scambiati anche dei giornali, e i tedeschi se la ridevano leggendo i nostri. Ci hanno dato per certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta. Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro. ‘Va bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri’».
«E’ chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch’io mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i ‘barbari selvaggi’ di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti?
Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme – non ti dico una bugia – ‘Auld Lang Syne’. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontraci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio.
Stavo tornando alla trincea quando un tedesco più anziano m’ha preso il braccio e ha detto: Dio mio, perché non possiamo fare la pace e tornare a casa?
Gli ho detto senza cattiveria: ‘chiedilo al tuo imperatore’.
Lui mi ha guardato come scrutandomi: ‘forse, amico. Ma dobbiamo chiederlo anche al nostro cuo! re’.
E insomma, sorella mia, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia?
Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito.
Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo. Ovviamente, conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum?
Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre?
Il tuo caro fratello Tom».

RADICI EUROPEE

(tratto da SINTESI Anno 0 – Nr. 15)

“Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”

Quali sono le nostre radici? Negli ultimi anni è stata sollevata la questione di introdurre nel Trattato costituzionale europeo la nozione delle “radici giudaico-cristiane” d’Europa. La proposta non è passata, e per qualcuno ciò significa che l’Europa rinnega le proprie radici, pregiudicando il proprio futuro morale, economico e politico. Ora che la cosa si è calmata vale la pena di riflettere quali siano veramente le radici del nostro Continente.

Non c’è alcun dubbio che le nazioni europee, la cultura europea, il codice morale e anche penale degli europei siano cristiane. E poiché il cristianesimo e il suo codice morale hanno radice ebraica, è altrettanto normale parlare di cultura “giudaico-cristiana”. Questi sono fatti incontestabili, tant’è che nel 2009, su 27 paesi membri dell’Unione Europea vi sono ben 13 bandiere nazionali che portano la croce.

Roma che, per la maggioranza dei cristiani del mondo è il centro della Cristianità, è  la sede della Chiesa cattolica che già nel nome è definita “universale”. Il suo Pontefice è riconosciuto come autorità morale da uno schieramento che va ben oltre il mondo cattolico, per cui ha il pieno diritto di rivendicare il suo ruolo storico in un’Europa cristiana. E poiché le sinagoghe di Roma sono più antiche delle sue chiese, è del tutto normale che sia in riferimento alle Sacre Scritture, sia ai fatti storici, a “cristiane” si aggiunga “giudaiche”.

Detto questo però, occorre specificare se parliamo delle radici oppure della corona dell’albero, di fondamenta oppure di identità, tradizione, cultura, valori condivisi. Già è difficile mettersi d’accordo su ciò che l’Europa è oggi, eppure con un’adeguata scelta delle parole il riferimento al cristianesimo sarebbe difficile da contestare. Ma le radici, le fondamenta, quelle sono un’altra cosa.

Il toponimo “Europa” ha origini nella mitologia greca, Europa era la figlia di Agenore re di Tiro, che era figlio di Poseidone e di Libia.

Facendo un salto avanti nel tempo, abbiamo l’antica Grecia, culla della filosofia europea e fornitrice della terminologia scientifica di tutte le lingue europee. Poi abbiamo l’Impero Romano, il primo vero impero europeo, al quale fa riferimento il diritto, l’organizzazione statale e addirittura l’architettura  dei Paesi europei. Ma l’Impero romano era pagano. Il Partenone, eretto attorno all’anno 440 avanti Cristo e il Colosseo, inaugurato l’anno 80 dopo Cristo non sono degli arredi urbani, ma vestigia delle radici europee.

Per quanto riguarda la religione cristiana, questa approda nell’Impero sin dal I secolo dopo Cristo, ma la cristianizzazione dell’Europa avviene gradualmente e nell’arco di un intero  millennio, tra il IV e il XIV secolo. Ecco alcune delle tappe.

Nel’anno 313 con l’editto di Milano l’imperatore Costantino decide di non perseguitare più la religione cristiana.

Nel’anno 380 l’imperatore Teodosio, con un altro editto, dichiara il cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero, proibendo tutte le altre religioni. Ora ad essere perseguitati sono quelli che non si sono convertiti al Cristianesimo.

Ma ancora abbiamo popoli ed entità statali pagane. Il Cristianesimo si diffonde nei territori dell’ex Impero romano tra il V e VIII secolo, ad opera dei monaci, della Chiesa storica, che ancora è una sola.

Il primo Stato cristiano, oltre i due Imperi, è il Regno di Bulgaria, convertitosi nell’anno 865. Seguono altri stati dell’Europa orientale. La conversione della Polonia arriva solo cent’anni dopo, nell’anno 966. La Scandinavia diventa gradualmente cristiana solo nel XII secolo.

Il termine “radici cristiane” o “giudaico-cristiane” è respinto non solo dagli anticlericali o  quelli che nel nome dell’ateismo rinnegano l’identità dei propri padri, ma anche da quelli che lo fanno per motivi opposti, cioè per difendere le proprie radici e l’identità dei propri padri.

È del tutto legittimo e storicamente fondato aggiungere Roma cristiana a Gerusalemme e Atene, ma occorre farlo, cristianamente, in modo da rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.

Forse un giorno si potrà fondere Cesare con Dio, ma per ora non è così. E se mai lo sarà, allora le radici potranno essere chiamate sì “giudaico-cristiane”, ma soltanto per consenso. Perché pur sempre di un falso storico si tratterebbe.

Mihael Georgiev

LA RIVOLUZIONE VIOLA DEL 5 DICEMBRE 2009

L’Inno di Curzio Maltese su Rebubblica

Dopo l’anti B Day, Ezio Mauro ha affidato a Curzio Maltese il compito di stillare l’Inno della Rivoluzione viola del 5 Dicembre. Su la Repubblica del 6 dicembre, in prima pagina, il Poeta della Rivoluzione viola, Curzio – per l’occasione trasmutatosi da Maltese in Pechinese in onore della storica rivoluzione culturale degli anni ’60 –  ne tesse le lodi e traccia il futuro. Il testo completo del Poema è scaricabile dal sito di Repubblica: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/06/la-rivoluzione-giovane-gli-errori-del-pd.html.

Ecco alcuni illuminanti passaggi:

“Quando sarà finita l’ era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia. Nel mondo non s’ era mai vista una simile folla di persone convocata attraverso la rete … È una rivoluzione. La rivoluzione viola. Allegra e vincente: nelle cifre, nei modi, nei linguaggi, nei volti, spesso di giovanissimi. Non era accaduto a Londra, a Parigi, a Berlino, in nazioni dove l’ uso della rete è assai più diffuso che in Italia. Neppure negli Stati Uniti, dove da anni esiste MoveOn, il movimento on line che ha creato il fenomeno di Obama. È accaduto qui, nel laboratorio italiano, in una piazza romana da sempre teatro della nostra storia. In questo caso, la fine decretata della seconda repubblica”.

“ Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l’ Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sua storie personali e le scelte pubbliche, l’ elogio dei dittatori, il conflitto d’ interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Elementi che, presi uno per uno, sarebbero già stati sufficienti in qualsiasi altra democrazia per chiedere le dimissioni di un governante … La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi. Continuerà a far politica nei nuovi modi, con o senza il permesso di chi pensa che la politica sia decidere tutto nelle fumose stanze di un vertice a palazzo”.

“Di fronte all’ enormità del fatto nuovo, colpisce la decrepitezza di un ceto politico a fine corso, evidente nelle reazioni scontate, conservatrici, impaurite. Di tutto il ceto politico, di maggioranza e d’ opposizione. I portaborse berlusconiani, che si sono lanciati nella solita arringa contro le «piazze giustizialiste», aggettivo che non significa nulla per i ventenni in corteo. Le solite timidezze della dirigenza del Pd, che conferma di capire poco, come le precedenti, dei mutamenti profondi avvenuti nella società italiana  … Fra tutti, certo, il più incomprensibile è l’ atteggiamento del Pd di Bersani. Un partito nuovo, almeno nelle intenzioni se non nel gruppo dirigente, inossidabile ai cambi di nome e di sigle, che avrebbe dunque in teoria tutto l’ interesse a sperimentare le nuove forme della politica,a esserci insomma in occasioni come queste, piovute dal cielo”. 

C’è tutto, ma proprio tutto il repertorio rivoluzionario: le forze “conservatrici impaurite”, il tradimento degli ideali rivoluzionari da parte del PD per le “timidezze della sua dirigenza ” di fronte alle “occasioni piovute dal cielo”, il nuovo che avanza – in piazza, naturalmente. Cercasi solo il Lenin italiano, dato che sulle bandiere è rimasto ormai solo Che Guevara, e con i morti non si va lontano, si può al massimo fare una rivoluzione, appunto, “viola”.

Come contenuto letterario non è che sia molto originale, il nostro Curzio Pechinese. Quarant’anni prima che nascesse, il grande poeta della Rivoluzione d’Ottobre Vladimir Majakovskij  aveva già immortalato in versi quella rivoluzione; ho letto Majakovskij tante volte, prima in russo, poi in altre lingue. Siamo invece d’accordo con la lucida analisi politica del Poeta nostrano, ma siamo meno orgogliosi di lui di questo nuovo primato italiano.

Non è vero, come scrive Pechinese, che una cosa così non si è vista né a Londra né a Parigi né a Berlino, né negli USA, è male informato oppure sta perdendo colpi. Quelle robe lì a Parigi le facevano già nel 1789 e 1830, poi a Mosca, Pechino, Varsavia, Bucarest, Sofia, Praga, Budapest, Hanoi e la stessa Berlino ai tempi del Muro. A Havana e Pyeongyang le fanno invece ancora, e sono messi peggio con l’internet rispetto a noi.

Quanto a Roma, siamo così abituati alle rivoluzioni colorate – da quella nera del 28 ottobre 1922 a quella viola del 5 dicembre scorso – che neanche ci facciamo più caso.  Con quella nera abbiamo sì insegnato qualcosa di nuovo al mondo, e non mi pare che sia stata una grande cosa. Ora la Rivoluzione viola cantata dal Poeta non ha da insegnare niente a nessuno, solo emulare con il solito ritardo gli altri, e poi mi raccomando quali. Proprio per  questo si pone un interrogativo: non è che la Rivoluzione viola, questa Giustizia piovuta dal cielo, questo “far politica nei nuovi modi” ci porti di nuovo fuori da quelle che sono le democrazie europee e occidentali?

Purtroppo, sembra di nuovo tempo degli schieramenti netti, della scelta di campo: o di qua, o di là, per gli indecisi c’è sempre il nobile ruolo degli “utili idioti”. Finche possiamo scegliere, prima che la Rivoluzione viola ci tolga il diritto di voto, che è il vero nemico e bersaglio delle rivoluzioni moderne.

Mihael Georgiev

DI DESTRA E DI SINISTRA

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