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IL SITO DI SINTESI MILANO SI TRASFERISCE SU
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IL SITO DI SINTESI MILANO SI TRASFERISCE SU
(tratto da SINTESI Anno 0 – Nr. 15)
“Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”
Quali sono le nostre radici? Negli ultimi anni è stata sollevata la questione di introdurre nel Trattato costituzionale europeo la nozione delle “radici giudaico-cristiane” d’Europa. La proposta non è passata, e per qualcuno ciò significa che l’Europa rinnega le proprie radici, pregiudicando il proprio futuro morale, economico e politico. Ora che la cosa si è calmata vale la pena di riflettere quali siano veramente le radici del nostro Continente.
Non c’è alcun dubbio che le nazioni europee, la cultura europea, il codice morale e anche penale degli europei siano cristiane. E poiché il cristianesimo e il suo codice morale hanno radice ebraica, è altrettanto normale parlare di cultura “giudaico-cristiana”. Questi sono fatti incontestabili, tant’è che nel 2009, su 27 paesi membri dell’Unione Europea vi sono ben 13 bandiere nazionali che portano la croce.
Roma che, per la maggioranza dei cristiani del mondo è il centro della Cristianità, è la sede della Chiesa cattolica che già nel nome è definita “universale”. Il suo Pontefice è riconosciuto come autorità morale da uno schieramento che va ben oltre il mondo cattolico, per cui ha il pieno diritto di rivendicare il suo ruolo storico in un’Europa cristiana. E poiché le sinagoghe di Roma sono più antiche delle sue chiese, è del tutto normale che sia in riferimento alle Sacre Scritture, sia ai fatti storici, a “cristiane” si aggiunga “giudaiche”.
Detto questo però, occorre specificare se parliamo delle radici oppure della corona dell’albero, di fondamenta oppure di identità, tradizione, cultura, valori condivisi. Già è difficile mettersi d’accordo su ciò che l’Europa è oggi, eppure con un’adeguata scelta delle parole il riferimento al cristianesimo sarebbe difficile da contestare. Ma le radici, le fondamenta, quelle sono un’altra cosa.
Il toponimo “Europa” ha origini nella mitologia greca, Europa era la figlia di Agenore re di Tiro, che era figlio di Poseidone e di Libia.
Facendo un salto avanti nel tempo, abbiamo l’antica Grecia, culla della filosofia europea e fornitrice della terminologia scientifica di tutte le lingue europee. Poi abbiamo l’Impero Romano, il primo vero impero europeo, al quale fa riferimento il diritto, l’organizzazione statale e addirittura l’architettura dei Paesi europei. Ma l’Impero romano era pagano. Il Partenone, eretto attorno all’anno 440 avanti Cristo e il Colosseo, inaugurato l’anno 80 dopo Cristo non sono degli arredi urbani, ma vestigia delle radici europee.
Per quanto riguarda la religione cristiana, questa approda nell’Impero sin dal I secolo dopo Cristo, ma la cristianizzazione dell’Europa avviene gradualmente e nell’arco di un intero millennio, tra il IV e il XIV secolo. Ecco alcune delle tappe.
Nel’anno 313 con l’editto di Milano l’imperatore Costantino decide di non perseguitare più la religione cristiana.
Nel’anno 380 l’imperatore Teodosio, con un altro editto, dichiara il cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero, proibendo tutte le altre religioni. Ora ad essere perseguitati sono quelli che non si sono convertiti al Cristianesimo.
Ma ancora abbiamo popoli ed entità statali pagane. Il Cristianesimo si diffonde nei territori dell’ex Impero romano tra il V e VIII secolo, ad opera dei monaci, della Chiesa storica, che ancora è una sola.
Il primo Stato cristiano, oltre i due Imperi, è il Regno di Bulgaria, convertitosi nell’anno 865. Seguono altri stati dell’Europa orientale. La conversione della Polonia arriva solo cent’anni dopo, nell’anno 966. La Scandinavia diventa gradualmente cristiana solo nel XII secolo.
Il termine “radici cristiane” o “giudaico-cristiane” è respinto non solo dagli anticlericali o quelli che nel nome dell’ateismo rinnegano l’identità dei propri padri, ma anche da quelli che lo fanno per motivi opposti, cioè per difendere le proprie radici e l’identità dei propri padri.
È del tutto legittimo e storicamente fondato aggiungere Roma cristiana a Gerusalemme e Atene, ma occorre farlo, cristianamente, in modo da rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Forse un giorno si potrà fondere Cesare con Dio, ma per ora non è così. E se mai lo sarà, allora le radici potranno essere chiamate sì “giudaico-cristiane”, ma soltanto per consenso. Perché pur sempre di un falso storico si tratterebbe.
Mihael Georgiev
L’Inno di Curzio Maltese su Rebubblica
Dopo l’anti B Day, Ezio Mauro ha affidato a Curzio Maltese il compito di stillare l’Inno della Rivoluzione viola del 5 Dicembre. Su la Repubblica del 6 dicembre, in prima pagina, il Poeta della Rivoluzione viola, Curzio – per l’occasione trasmutatosi da Maltese in Pechinese in onore della storica rivoluzione culturale degli anni ’60 – ne tesse le lodi e traccia il futuro. Il testo completo del Poema è scaricabile dal sito di Repubblica: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/06/la-rivoluzione-giovane-gli-errori-del-pd.html.
Ecco alcuni illuminanti passaggi:
“Quando sarà finita l’ era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia. Nel mondo non s’ era mai vista una simile folla di persone convocata attraverso la rete … È una rivoluzione. La rivoluzione viola. Allegra e vincente: nelle cifre, nei modi, nei linguaggi, nei volti, spesso di giovanissimi. Non era accaduto a Londra, a Parigi, a Berlino, in nazioni dove l’ uso della rete è assai più diffuso che in Italia. Neppure negli Stati Uniti, dove da anni esiste MoveOn, il movimento on line che ha creato il fenomeno di Obama. È accaduto qui, nel laboratorio italiano, in una piazza romana da sempre teatro della nostra storia. In questo caso, la fine decretata della seconda repubblica”.
“ Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l’ Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sua storie personali e le scelte pubbliche, l’ elogio dei dittatori, il conflitto d’ interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Elementi che, presi uno per uno, sarebbero già stati sufficienti in qualsiasi altra democrazia per chiedere le dimissioni di un governante … La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi. Continuerà a far politica nei nuovi modi, con o senza il permesso di chi pensa che la politica sia decidere tutto nelle fumose stanze di un vertice a palazzo”.
“Di fronte all’ enormità del fatto nuovo, colpisce la decrepitezza di un ceto politico a fine corso, evidente nelle reazioni scontate, conservatrici, impaurite. Di tutto il ceto politico, di maggioranza e d’ opposizione. I portaborse berlusconiani, che si sono lanciati nella solita arringa contro le «piazze giustizialiste», aggettivo che non significa nulla per i ventenni in corteo. Le solite timidezze della dirigenza del Pd, che conferma di capire poco, come le precedenti, dei mutamenti profondi avvenuti nella società italiana … Fra tutti, certo, il più incomprensibile è l’ atteggiamento del Pd di Bersani. Un partito nuovo, almeno nelle intenzioni se non nel gruppo dirigente, inossidabile ai cambi di nome e di sigle, che avrebbe dunque in teoria tutto l’ interesse a sperimentare le nuove forme della politica,a esserci insomma in occasioni come queste, piovute dal cielo”.
C’è tutto, ma proprio tutto il repertorio rivoluzionario: le forze “conservatrici impaurite”, il tradimento degli ideali rivoluzionari da parte del PD per le “timidezze della sua dirigenza ” di fronte alle “occasioni piovute dal cielo”, il nuovo che avanza – in piazza, naturalmente. Cercasi solo il Lenin italiano, dato che sulle bandiere è rimasto ormai solo Che Guevara, e con i morti non si va lontano, si può al massimo fare una rivoluzione, appunto, “viola”.
Come contenuto letterario non è che sia molto originale, il nostro Curzio Pechinese. Quarant’anni prima che nascesse, il grande poeta della Rivoluzione d’Ottobre Vladimir Majakovskij aveva già immortalato in versi quella rivoluzione; ho letto Majakovskij tante volte, prima in russo, poi in altre lingue. Siamo invece d’accordo con la lucida analisi politica del Poeta nostrano, ma siamo meno orgogliosi di lui di questo nuovo primato italiano.
Non è vero, come scrive Pechinese, che una cosa così non si è vista né a Londra né a Parigi né a Berlino, né negli USA, è male informato oppure sta perdendo colpi. Quelle robe lì a Parigi le facevano già nel 1789 e 1830, poi a Mosca, Pechino, Varsavia, Bucarest, Sofia, Praga, Budapest, Hanoi e la stessa Berlino ai tempi del Muro. A Havana e Pyeongyang le fanno invece ancora, e sono messi peggio con l’internet rispetto a noi.
Quanto a Roma, siamo così abituati alle rivoluzioni colorate – da quella nera del 28 ottobre 1922 a quella viola del 5 dicembre scorso – che neanche ci facciamo più caso. Con quella nera abbiamo sì insegnato qualcosa di nuovo al mondo, e non mi pare che sia stata una grande cosa. Ora la Rivoluzione viola cantata dal Poeta non ha da insegnare niente a nessuno, solo emulare con il solito ritardo gli altri, e poi mi raccomando quali. Proprio per questo si pone un interrogativo: non è che la Rivoluzione viola, questa Giustizia piovuta dal cielo, questo “far politica nei nuovi modi” ci porti di nuovo fuori da quelle che sono le democrazie europee e occidentali?
Purtroppo, sembra di nuovo tempo degli schieramenti netti, della scelta di campo: o di qua, o di là, per gli indecisi c’è sempre il nobile ruolo degli “utili idioti”. Finche possiamo scegliere, prima che la Rivoluzione viola ci tolga il diritto di voto, che è il vero nemico e bersaglio delle rivoluzioni moderne.
Mihael Georgiev
Vi segnaliamo un’iniziativa geniale.
Il Comitato cittadino per la mobilità futura VIVIAMO MILANO ieri sera ha dato vita ad una prima plateale azione di protesta contro la presenza selvaggia di parcheggi a pagamento a Milano.
Un gruppo di cittadini aderenti al comitato (alcuni dei quali iscritti alla Bocconi, altri residenti nella zona) ha infatti ridipinto di bianco le strisce blu presenti di fronte all’ingresso della sede dell’Università Bocconi di Milano, scrivendo in alcuni di questi parcheggi “PARCHEGGIO LIBERO”. Ma la protesta non si è limitata a questo, infatti sono state messe in atto altre due azioni ancora più plateali:
- è stato dipinto un parcheggio nel bel mezzo della strada, con tanto di macchina parcheggiata (il tutto mentre le auto passavano normalmente per via Sarfatti), per simboleggiare l’estrema difficoltà dei cittadini nel trovare un posto auto libero;
- un cittadino si è fatto fotografare disteso a terra, fingendo di essere morto dissanguato a causa dell’eccessivo “prelievo monetario” che il Comune attua quotidianamente a danno dei milanesi con Ecopass, strisce blu, multe, ecc.
Il tutto è stato corredato dall’affissione di decine di manifesti che ricordavano al Sindaco Moratti che MILANO NON E’ IL SUO BANCOMAT PERSONALE NE’ SUA PROPRIETA’ PRIVATA, MA PATRIMONIO DEI CITTADINI. In questi manifesti, oltre alle scritte “BASTA PARCHEGGI A PAGAMENTO” e “STRISCE BLU…NO, GRAZIE!”, c’era una foto molto particolare della Moratti che rappresenta l’idea che i milanesi hanno del loro Sindaco…
Per chi fosse interessato, vi riportiamo il sito del Comitato VIVIAMO MILANO:
di Mihael Georgiev
Dopo Marco Ferraguti abbiamo il parere di un altro esponente di alto livello dell’evoluzionismo scientifico: Ferdinando Boero, professore di Zoologia e Biologia marina all’Università del Salento. Del suo impressionante curriculum mi limito di segnalare che ha pubblicato oltre 190 articoli scientifici – veri – e 8 libri di testo, è membro del Comitato editoriale della rivista Journal of Evolutionary Biology, ed è vincitore del Prix Manley Bendall e della Medaille Albert Premier, dell’Istituto oceanografico di Parigi. Non intendo discutere con Boero di evoluzione biologica, non in questa sede. Ma egli ha scelto il sito di MicroMega per dire la sua sugli atti del workshop al CNR, pubblicati da De Mattei, ed è di questa sua lettera che voglio parlare. Il testo è scaricabile dal sito http://temi.repubblica.it/micromega-online/creazionisti-al-cnr-il-prof-boero-caro-maiani-confonde-correttezza-scientifica-con-liberta-di-espressione. Boero neanche prende in considerazione De Mattei, si rivolge direttamente al suo Presidente, cioè il Presidente del CNR Maiani, ed ecco cosa ha da dirgli: “Prof. Maiani confonde la correttezza scientifica con la libertà di espressione”, la pubblicazione del libro sarebbe “un duro colpo alla reputazione dell’Istituto”. Frasi che non appartengono al lessico delle scienze e della biologia, ma q quello delle ideologie. Boero questo, naturalmente lo sa, perciò spiega meglio: “Qui la libertà di espressione non c’entra. Se Lei manda a una rivista scientifica un articolo dove dice che la terra è piatta ed è al centro dell’Universo, il suo articolo viene bocciato. Il convegno organizzato dal Suo Vice presso la Sua struttura esprime posizioni analoghe a queste. E ha l’etichetta del CNR. Libertà di espressione non significa dire tutto quello che passa per la mente, in veste ufficiale, da un pulpito come quello del CNR. Gli Istituti CNR sono sottoposti a serissima verifica scientifica. Forse, visto questo precedente, varrebbe la pena di far vedere a un gruppo di revisori esperti sull’argomento i libri che il CNR finanzia (anche modestamente). E’ normale prassi scientifica. Ed è normale che se un libro è pieno di castronerie (come quello in oggetto) non venga pubblicato. Non si tratta di censura, si tratta di peer review. Non si tratta di libertà di espressione, si tratta di correttezza scientifica”. Ora, che gli atti del workshop – perché di questo si tratta, non capisco dove è lo scandalo – siano “piene di castronerie” al pari dello sostenere che “la terra è piatta ed è al centro dell’Universo “ lo può dire solo uno che il libro non l’ha nemmeno sfogliato. Si tratta quindi di opinione basata soltanto su pregiudizio, anche se espressa di persona di altissima qualifica scientifica nel rispettivo campo. la cosa grave è che la scienza sarebbe l’arte del dubbio, non l’arte dei dogmi da imporre. Si vede che oltre ad essere scienziato, uno può essere – ed è spesso – credente, agnostico, ateo militante o marxista come si è definito la scorsa settimana Odifreddi. Ci spieghi allora se parla da scienziato o da una delle altre cose che è. Non è Maiani che “confonde la correttezza scientifica con la libertà di espressione”, è Boero che confonde scienza e filosofia, scienza e ideologia. Peggio ancora, confonde il suo ruolo di scienziato con quello di censore, non di peer reviewer – in italiano scienziato-revisore di articoli scientifici – che è un’altra cosa e che io da anni faccio per riviste internazionali recensite nel mio settore, pur senza avere il curriculum di Boero. Poi attacca Maiani, reo di “fare una questione di vile denaro” quando spiega che la pubblicazione degli atti “non ha gravato finanziariamente”, che però quando Boero specifica “che non è vero, concedere un’aula comporta una spesa “, non è più vile. “Ma qui non si tratta di soldi” – spiega Boero (lo dica a Pievani e Ferraguti, sono loro che hanno fatto del caso un problema anche di soldi, Maiani ha solo – e doverosamente – puntualizzato, sennò partiva magari subito l’interrogazione parlamentare). Si tratta della “nostra reputazione è quello che gli altri dicono di noi, e la reputazione del Suo Ente”. E perché tutta questa indignazione? Perché la pubblicazione degli atti pieni di “pseudoscienza e pseudofilosofia”, e poi con il Presidente che confonde la correttezza scientifica con la libertà di espressione” più che alla “reputazione” dell’CNR è stato inferto un “duro colpo” al “libro che ha cambiato la nostra visione del mondo!”, proprio “nell’anno del bicentenario di Darwin e del centocinquantenario della pubblicazione del libro”. Reato di vilipendio della bibbia dell’ateismo scientifico, roba che con la scienza – in tutte le accezioni del termine – non ha nulla a che vedere. Boero è un valido biologo, ma non è uno che ha i titoli per insegnare o imporre “visioni del mondo”, roba che personalmente non riconosco a nessuno. La capacità di ragionare o me la sono trovata dalla nascita, che sia stato il Creatore a darmela o l’Evoluzione di Boero, non importa, è una questione di diverse visioni del mondo, appunto. Non di scienza né di correttezza scientifica.
Seguire l’evidenza ovunque essa porti fu il principio socratico a cui Anthony Flew si è affidato per sviluppare i suoi famosi ragionamenti che sino al 2004 lo hanno portato ad essere il maggior rappresentate della filosofia atea nel mondo. Dicevo sino al 2004 in quanto A. Flew, seguendo l’evidenza dei fatti, ha dovuto ricredersi e ha dovuto accettare ed ammettere l’evidenza: Dio esiste.
Il teorico dell’ateismo ha così affrontato uno di quei percorsi che tutti gli uomini è sempre stato ostico, l’ammissione di un errore… e che errore. Per 50 anni Flew ha scritto, insegnato e dibattuto in tutto il mondo sul concetto che Dio era un’invenzione dell’uomo. Ma continuando nei suoi studi e nei suoi pensieri, ha seguito il suo pellegrinaggio della ragione passando dalla fede atea a quella in Dio.
Nel suo libro dal titolo Dio esiste, l’autore, nel capitolo “il nuovo ateismo” sistema per bene due dei maggiori atei al mondo: Dennett e Dawkins. Normalmente le persone estranee al dibattito sull’esistenza di Dio credono che la scienza abbia dimostrato la sua inesistenza; ciò è avvenuto a causa di tantissime menzogne che vengono propagandate dai mass media, menzogne secondo le quali lo scienziato deve essere ateo, mentre coloro che credono in Dio non possono essere scienziati. Nella storia dell’uomo e della scienza, al contrario, i credenti sono stati coloro che hanno dato forza a nuove scoperte e allo sviluppo della scienza moderna. Sono i maggiori scienziati della storia ad essere stati credenti. Proprio Flew è convinto che la scienza dimostri il contrario e cioè l’esistenza di Dio.
Nei maggiori libri atei di A. Flew l’autore sviluppò argomenti insoliti contro il teismo che fornirono una nuova mappa alla la filosofia delle religioni; per Flew era inutile una discussione sull’esistenza di Dio sino al momento in cui non fosse stabilita una coerenza del concetto di spirito onnipresente e onnisciente, e soprattutto che la prova toccava al teismo in quanto l’ateismo è una posizione implicita. Posizioni chiare che lo hanno reso famoso e filosofo di riferimento dell’ateismo mondiale.
Come dicevo precedentemente sono state le scoperte scientifiche a dimostrare che l’evidenza portava all’esistenza di Dio. Il premio Templeton Paul Davies sostiene che: “la scienza può andare avanti solo se lo scienziato adotta una visione del mondo essenzialmente teologica”. Inoltre Davies, che si può ritenere il più influente commentatore della scienza moderna, ha anche dichiarato che “gli atei dichiarano che le leggi (di natura) esistono irrazionalmente e che l’universo è definitivamente assurdo; come scienziato, trovo che questo sia difficile da accettare, ci deve essere un terreno razionale immutabile nel quale la natura logica e ordinata dell’universo affonda le sue radici” [1] per Flew queste considerazioni, oggi, sono assolutamente da accettare e condividere.
Tra le varie motivazioni che hanno spinto a comprendere la necessità di un Dio è la scoperta del DNA e della sua incredibile complessità non spiegabile con la selezione naturale e ipotetiche mutazioni sviluppatrici di nuova informazione. Scrive Flew: “il messaggio genetico del DNA è replicato e poi copiato e trascritto dal DNA al RNA. Dopodiché viene comunicato agli amminoacidi e, infine, questi ultimi vengono assemblati in proteine. Le due strutture della gestione dell’informazione e dell’attività chimica della cellula, fondamentalmente diverse, sono coordinate dal codice genetico universale”.
Seguendo il ragionamento e l’evidenza di una complessità che non è possibile ridurre alla logica riduzionistica del neodarwinismo Paul Davies ha scritto “ la vita è qualcosa di più di mere reazioni chimiche complesse. La cellula è anche un sistema d’immagazzinamento, trattamento e replica dell’informazione. Abbiamo bisogno di spiegare l’origine di questa informazione e il modo in cui il macchinario del trattamento dell’informazione iniziò ad esistere”. Concetti che fanno comprendere quanto in realtà la teoria di Darwin non ha fornito risposte e Antony Flew lo ha compreso bene arrivando a confutare se stesso ed ad ammettere l’errore della sua vita, cioè l’avere creduto all’ateismo.
La capacità di Antony Flew ad ammettere l’errore dei suoi scritti è notevole se si considera che viviamo in una società in cui nessuno ammette di avere sbagliato anche sotto l’evidenza. L’evidenza ha dimostrato al più importante filosofo ateo del ‘900 che si sbagliava e che guardando senza pregiudizi la realtà dei fatti si può vedere la mente di Dio.
[1] Paul Davies, Whot Happened Bifore the Big Bang? , in God for the 21-st- Century, a cura di Russel Standard, Philadelphia, templeton Foundation Press, 2000, p. 12.
Nel numero di questa settimana la moribonda rivista TIME dedica cinque pagine a Silvio Berlusconi e l’Italia, e invita ad approfondire l’argomento con “più foto sull’approccio sessuale alla politica del primo Ministro italiano”, resi graziosamente disponibili sul sito http://www.time.com/berlusconi. I personaggi discussi sono Berlusconi e i suoi elettori, il ministro Mara Carfagna, la Noemi Letizia, le prostitute del Presidente del Consiglio.
Il ministro Mara Carfagna non è laureata in giurisprudenza e due volte parlamentare della repubblica, ma è “ex velina e modella topless”.
Silvio Berlusconi “ha introdotto la cultura del lusso e del sesso, completamente diversa dalla tradizionale austerità promossa dal Cattolicesimo e dai comunisti”.
Berlusconi è “l’unico politico al mondo che ha creato e forgiato il proprio elettorato prima che questo lo votasse”. La “velina è la pietra sulla quale Berlusconi ha costruito la propria carriera politica: i talebani hanno sfruttato le virtù delle loro donne per la loro propaganda, Berlusconi ha usato la bellezza delle donne italiane”. Berlusconi controlla 90% delle TV sia come proprietario, sia perché insieme al “suo governo controlla la televisione di stato-RAI”, che invece è sotto il controllo del Parlamento e non del governo.
I presunti successi di Berlusconi in economia e politica estera sono propaganda della Mediaset, altrettanto i servizi sulla ricostruzione dopo il terremoto in Aquila, che sono serviti solo per mascherare il vero problema che l’opposizione avrebbe voluto discutere, quello della “densità del cemento impiegato”.
Come fonti dell’informazione l’articolo cita due volte il quotidiano la Repubblica, dato che gli americani non riconoscerebbero la fonte (ma noi sì). Nessun cenno chi sia il proprietario de la Repubblica, cioè la famosa Tessera numero 1.
L’articolo è un capolavoro: in sole cinque pagine riassume 15 anni di “informazione” de la Repubblica. Manca solo la mafia e qualche sparata del Grande Giornalista d’Inchiesta Marco Travaglio, forse ci sarà una prossima puntata.
Dove è finita l’America nella quale ho vissuto nel 1972-73? Dove è finito il giornalismo anglosassone che separava chiaramente i fatti dalle opinioni e indicava la fonte di quest’ultime? Dove è finita l’America dei libri di storia recente, quella che dopo il crollo del nazismo si portò a casa Werner von Braun e altri scienziati, e che invece dopo il crollo del comunismo sembra aver portato a casa i maestri di propaganda del ex Cremlino e delle Botteghe Oscure? Dove è finita l’etica dell’America protestante che ora rimpiange i valori dei comunisti?
Mihael Georgiev
(tratto da Sintesi, Anno 0 – Nr. 15)
Limitiamoci alla situazione municipale, benché questa non sia altro che un riflesso di un orientamento culturale di portata nazionale. Tanto più ci troviamo in un luogo da secoli aperto agli scambi grazie alla sua posizione geografica, e dunque all’innovazione e alle elucubrazioni d’oltralpe.
Quindi, Milano prima non si sa bene di chi, al che celtica, di seguito romana, seguita da quella longobarda e poi imperiale e comunale e franca e sforzesca e viscontea e spagnola e francese e infine austriaca; tutto questo per diventare la Milano-Milano che si muove sotto la madonnina dorata e passeggia nei cortili del castello, che si sente padrona del suolo su cui esercita una sorta di movida incontrollata improntata alla milanesità sua e del suo cittadino.
E da città di Leonardo e Sant’Ambrogio a centro di potere della Moratti e Armani – per prendere due nomi così, uno legato al potere che esercita e influenza la cultura del momento e l’altro invece come elemento di caratterizazione artistica della città in cui lavora nel mondo intero.
Con lo scorrere dei tempi troviamo ora qualche differenza strutturale; i navigli che scorrevano fino a via Larga ora sono coperti dalle linea rossa della metropolitana, il porto che esisteva in darsena ora è un buco che dovrebbe diventare un parcheggio, la cui costruzione bloccata ha dato vita a una zona degradata e intoccabile, se non dalle zanzare, le mura spagnole prima erette a baluardo difensivo e ora strutture portanti di manifesti pubblicitari.
Questo perché, se un piccolo gruppo di persone, che eviterò di etichettare, è capace di guardare in modo imitativo alle innovazioni estere, la maggior parte dei cittadini non sa fare altro che guardare sì al progresso forestiero preferendo tuttavia la mediocrità quotidiana alla scomodità provvisoria per raggiungere livelli degni di ammirazione e dunque, emulazione.
Forse questo è dovuto al fatto che la città non è più il territorio dei milanesi ma un polo di aggregazione di personalità che giungono nella metropoli del lavoro da ovunque; ma è altresì vero che il cittadino ancorato al suolo natio preferisce conservare e restaurare pietre superstiti alle epoche più remote della storia urbana piuttosto che integrare passato e presente in un’opera di sistemazione urbana.
Uno dei motivi è l’incapacità di tollerare la scomodità provvisoria, necessaria per poter creare un monumento del presente. Ma anche il legame morboso del singolo ai segni tangibili della sua storia personale, per cui si preferisce conservare un terribile aborto del boom economico e costruttivo del dopoguerra che non sostituirlo con un prodotto progettato ragionevolmente in linea con le necessità estetiche e oltre che funzionali. In teoria, anche queste strutture imbarazzanti sono un segno del nostro passato, degne di essere conservate a memoria delle generazioni future. Sorvolo qui e ora sulla necessità o meno della conservazione indiscriminata, mentre mancano servizi importanti per una capitale del mondo. Servizi basilari quali piste ciclabili, parcheggi, mezzi pubblici.
Proprio in mancanza di questi l’opinione comune tende a scontrarsi con ogni proposta di edilizia innovativa. Perché prima di tutto bisognerebbe partire dal dettaglio, e con la somma di dettagli migliorare il generale.
L’opinione comune ha anche però bisogno di vedere le alte gerarchie occuparsi di opere grandi, e non dettagli; perché a quanto il singolo dica, ogni volta che costruiscono un grattacielo si lamenta delle buche in strada, ma appena si ridipingono le strisce pedonali si borbotta che quelle di prima ancora si vedevano, e invece di pensare alla carreggiata il comune potrebbe spendere un po’ di soldi del cittadino per fare qualcosa di utile, un parcheggio sotterraneo. In quel momento gli abitanti dell’edificio accanto al quale questo investimento sarebbe destinato a prendere vita si lamentano per la perdita di valore del loro immobile. Senza vedere l’aumento futuro, nonché la maggiore comodità per la comunità tutta.
In questa incapacità di andare oltre la punta del proprio naso, gongolandosi in un facile lamento egoistico, alle istituzioni sole spetta il compito di ridare forma e vita a una città, che prima di essere metropoli è un luogo, prima che il degrado totale porti all’avvento della rassegnazione. Faccio parte di quel gruppo umano convinto che forse un miglioramento della struttura urbana possa indirizzare i comportamenti umani sulla linea di una maggiore consapevolezza e rispetto del suolo. Forse, infatti, i grandi monumenti del futuro daranno il primo imput a un miglioramento capillare del suolo circostante, ricordandoci che la vita non concorre soltanto al ricordo del passato.
”La città che sale”, Umberto Boccioni (1910)
Due eventi di rilievo, la morte a Roma di Victor Zaslavsky e la nomina della baronessa socialista inglese Catherine Ashton a “Ministro degli Esteri d’Europa” sono oggetto di due brevi ma interessanti commenti del Corriere della Sera di venerdì 27 novembre 2007, a firma rispettivamente di Antonio Carioti e Paolo Lepri.
Sotto il titolo “Addio a Zaslavski: svelò l’asse PCI-PCUS” che si riferisce a due saggi di Zaslavsky [Togliatti e Stalin, Il Mulino, 1997 e Lo stalinismo e la sinistra italiana, Mondadori, 2004], Carioti spiega perché un certo “provincialismo progressista nostrano trovasse disdicevole” le tesi di Zaslavsky, cioè che Togliatti e la dirigenza PCI erano stalinisti. Ineccepibili le tesi di Zaslavski e Carioti, ma pur sempre circoscritti nell’ambito dello stesso “provincialismo progressista nostrano disdicevole” che entrambi denunciano. Togliatti & i dirigenti PCI non erano affatto provinciali, e Zaslavski non ha svelato nessun asse. Per “svelare” come la pensava il PCI nel 1956 non servono né i suoi ricordi né l’accesso agli archivi ex segreti: bastava leggere i due quotidiani organo di partito, l’Unità e la Verità, cioè la Правда. E i brigatisti rossi venivano addestrati a Praga.
Già il termine “stalinismo” è assurdo. Stalin non ha inventato nulla, non un’idea, non una teoria, non una dottrina, non una strategia. La strategia – fino al 1935 – l’ha inventata Lenin, ecco perché si può parlare di leninismo. A Stalin è toccato solo il compito di consolidare il potere già conquistato, proteggere il fragile e disastrato Impero sovietico, e poi combattere contro la Germania nazista. Non mi sembra poco. Ed è per questo che è stato un feroce e brutale assassino, esperto di carri armati T34, e nello stesso tempo grande amante dell’arte, la musica classica, il teatro, il cinema, la buona lettura. Senza Stalin l’Unione Sovietica probabilmente avrebbe fatto la fine della Repubbliche comuniste di Baviera, Ungheria e Finlandia, nate e morte tra il 1918 e il 1919.
Il termine “stalinismo” è una colossale truffa e mistificazione, serve solo per proteggere il termine “comunismo” e coprire e nobilitare i veri protagonisti della trasformazione del marxismo in ideologia, strategia e prassi politica. Lo stalinismo come dottrina non esiste, esiste il “leninismo”. Così come esiste “hitlerismo” ma non “kapplerismo”, “maoismo” ma non “polpotismo” e per tornare in casa nostra, forse “gramscismo” e “togliattismo”, non certo “prosperogallinarismo”, cioè brigatismo rosso.
Stalin non ha inventato nulla (tranne la collettivizzazione agricola), perché non aveva bisogno di inventare nulla. Le dottrine comuniste sono il marxismo (l’idea nata nel 1848), il leninismo (la strategia rivoluzionaria armata per la conquista del potere) e la strategia dei Fronti popolari per la conquista del potere in sede parlamentare, la cosiddetta “linea Dimitrov” [vedi Mossuz e coll., Fronti popolari, Giunti Editore, 1994; Agosti (a cura di), La stagione dei fronti popolari, Cappelli Editore, 1989 e Dimitrov, Diario. Gli anni di Mosca 1934-1945, Einaudi, 2002]. Perciò Togliatti è semmai allievo di Dimitrov, non certo di Stalin. Questa non sarebbe una vergogna per “il Migliore”, dato che ben tre città in tre diversi paesi europei portano ancora il nome Dimitrovgrad, mentre l’unica città a nome del Migliore ha per motivo la costruzione di una fabbrica, per cui il padrino è il capitalista Gianni Agnelli. Persino Lenin di città a lui nominate ne ha una sola, quella natale, che però pudicamente porta il vero cognome della famiglia: Ulyanovsk.
Durante gli anni venti, dell’Esecutivo del Comintern facevano parte Egidio Gennari (1921-1922 e 1927-1928), Antonio Gramsci (1922-1923), Umberto Terracini (1923-1924), Mauro Scoccimarro (1924-1925), Palmiro Togliatti (1926-1927) Angelo Tasca (1928-1929), Ruggero Grieco (1929-1930), e poi negli anni trenta Giuseppe Berti (1930-1931) e Luigi Longo (1932-1934). Quando nel 1935-1936, Dimitrov lanciò al VII Congresso del Comintern la strategia dei fronti popolari, Togliatti era con lui, in esilio a Mosca.
Nel’Esecutivo del Comintern sedevano Antonio Gramsci e Umberto Terracini, quando i due Segretari generali, Kolarov e poi Dimitrov, progettano, organizzano e proclamano quella carneficina nota come “La prima [per fortuna anche ultima] insurrezione popolare contro il “fascismo” in Europa, la rivolta contadina del 1923 in Bulgaria. Ed è durante il mandato di Umberto Terracini e Mauro Soccimaro che, sempre a Sofia, il partito comunista costretto alla clandestinità, finanziato e appoggiato dal Comintern, ma forse autonomo nella decisione, ha organizzato il più grande attentato del mondo dell’epoca: bomba ad alto potenziale nella cattedrale di Santa Domenica il Giovedì Santo, 16 aprile 1925: 213 morti e 500 feriti. L’uso che ancora oggi certa gente fa in Italia e all’estero del termine “fascismo” in riferimento al governo di Silvio Berlusconi, ha radici lontane: è dal 1922 che quella parola legittima le loro idee, ideologie, azione politica, non più contro il “capitalismo”, che dal 1889 i socialisti europei consideravano un sistema da correggere e non da abbattere.
Ungheria 1956, Cecoslovacchia 1968 è l’incendio mondiale comunista in decine di paesi asiatici, americani e africani sono imprese che con Stalin non hanno nulla a che fare, Stalin è morto nel 1953. Sono imprese del comunismo che “dialogava” e cercava la “distensione” e la “coesistenza pacifica”, il comunismo di Kruscev & Togliatti. A partire dallo storico incontro del 1959 a Camp David tra Eisenhower e Kruscev, a Mosca il PCUS “dialogava”, ma nel resto del mondo incendiava. A Roma il PCI dialogava e nel resto del mondo stava dalla parte dei rivoluzionari: solo in Italia si “dissociava” dalla lotta armata comunista. Più sintonizzati con i russi i nostri davvero non potevano essere: mai un pensiero originale, uno solo!
Il paradosso è che Togliatti & Co., erano figli di un popolo che ha dato al mondo Dante e Petrarca, Guicciardini e Machiavelli, i filosofi cattolici e gli averroisti padovani, Leonardo da Vinci e il Rinascimento, Gallileo e la scienza, la prima Società Scientifica d’Europa [l’Accademia del Cimento], la prima università d’Europa [Bologna], la prima università statale d’Europa [Napoli], la prima orchestra sinfonica d’Europa, la prima ferrovia continentale [Napoli], la scuola di addestramento dei piloti americani a Foggia durante la prima guerra mondiale, la più importante scuola di fisica nucleare negli anni trenta e così via fino ad oggi. Come mai questi signori hanno scelto di abbeverarsi di scienza e sapienza a Londra [da Marx] e a Mosca [da Lenin] e imparare la nuova strategia politica sempre a Mosca [da Georgi Dimitrov], resta per me un mistero. Del tutto normale che sul piano culturale, economico e politico una sinistra così non poteva diventare protagonista della rinascita dell’Italia nel dopoguerra, i protagonisti sono stati per forza gli altri. Quelli che non si occupavano di “cultura” “giustizia sociale” e di “strategie”, ma con la propria politica [non priva di errori], e con l’intraprendenza, la laboriosità e il sacrificio degli italiani, hanno fatto diventare il nostro Paese un paese libero, seconda potenza industriale continentale dopo la Germania, nonostante e non per la presenza di un PCI così grande, la vera “anomalia” italiana.
Sulla presunta “superiorità culturale” della sinistra lasciamo stare, la possono sostenere soltanto coloro che credono che una certa “scolarizzazione” possa sostituire e non invece distruggere la capacità di ragionare. Sono loro che hanno garantito, durante gli ultimi 60 anni, la presunta egemonia culturale e l’incontestabile forza elettorale della sinistra. Non quelli cioè, che non avendo la fortuna di poter studiare, non possiederebbero “cultura”, ma quelli che credono di possederne una.
Passiamo ora alla baronessa socialista inglese. Illuminante il quadro tracciato da Lepri sotto il titolo “Lady Ashton, l’URSS e la Caccia alle Streghe della Non Europa”. La tesi è che a bocciare Massimo D’Alema non è stata la cordata che ha messo al suo posto la nobile baronessa socialista, ma i deputati della Repubblica ceca. Questa tesi non solo è falsa, ma è anche offensiva per i deputati cechi e per coloro in Italia – da Silvio Berlusconi in persona a gran parte dell’attuale opposizione – che ne hanno invece sponsorizzato la candidatura; che a questo punto sarebbero anche loro dei cacciatori di streghe.
Lady Ashton appartiene a quella galassia le cui radici, modo di pensare e di agire discendono direttamente da Marx, Lenin, Dimitrov e Togliatti. È la galassia dei “Cacciatori di Streghe della Non Europa”, che sono tali perché non sanno fare altro che calunniare, elaborare tesi alla Leoluca Orlando e Marco Travaglio, poi mobilitare le piazze e correre dai giudici nazionali ed europei: i soli mezzi che usano i cacciatori di streghe. Sono loro la Non Europa, ovvero quell’Europa della quale nessun uomo libero ha nostalgia. Ma forse il problema delle società aperte non sono loro. Forse sono gli altri, quelli che pur consapevoli di vivere in democrazia non si espongono, ma si comportano come se vivessero sotto dittatura. La dittatura dei cacciatori di streghe.
Perché questo livore nei confronti dei politici dell’Est? Perché li chiamano cacciatori di streghe e non-europei? Perché sono loro i custodi della vera storia e della coscienza europea. Il loro ingresso in Europa ha avuto accoglienza tiepida e imbarazzata dalla sinistra palese e occulta dell’Occidente, quella della falsa storia e della coscienza sporca, quella che negli armadi ha scheletri vere e non presunte streghe. Dopo l’abbattimento del Muro di Berlino, in barba alla prassi di mantenete per 50 anni segreti gli archivi dei servizi segreti, li hanno subito aperti. Sono usciti fuori i nomi di personaggi tanto cari alla baronessa socialista e neoministra degli esteri d’Europa, personaggi sì europei, ma che collaboravano con le dittature oltre cortina o perché ci credevano, o perché ricattati, o perché bramavano più potere, o per dei miseri compensi materiali. L’impatto è stato notevole, raffigurato nella celebre vignetta di Forattini sullo sbiancamento di alcuni nomi della lista Mitrokhin. L’ultimo dossier bulgaro rimasto segretato, è stato aperto soltanto nel 2007 dopo una lunga battaglia giudiziaria; il materiale è appena pubblicato in Bulgaria, ma non se ne parla in Italia. Non coinvolge nomi italiani importanti, ma solo un agente italiano “free lance” con doppia cittadinanza, italiana e danese. Riguarda però un assassinio avvenuto a Londra che all’epoca invece aveva destò scalpore ed ebbe l’attenzione dei media.
Mihael Georgiev